Da dove viene il cibo che mangiamo?

Supermercato

L’Europa non piace a molti. E non mi riferisco alle polemiche anti-euro, bensì a situazioni ben più concrete: a chi rappresenta i consumatori come me, ad esempio, l’Europa non piace ogniqualvolta (e i casi si moltiplicano mese dopo mese) l’adesione alla norme scritte a Bruxelles implica al nostro Paese un salto all’indietro nella tutela riconosciuta ai consumatori.

Il caso sugli scudi in questi giorni riguarda la provenienza dei prodotti alimentari che portiamo in tavola: dopo che il Regolamento UE n. 1169 del 2011 ha abolito l’obbligo di indicare in etichetta alcune informazioni come quella dello stabilimento di produzione, le associazioni dei consumatori e altri opinion leaders hanno avviato una protesta che ha spinto il Ministero dello Sviluppo Economico e quello delle Politiche Agricole a verificare in sede europea la possibilità di rendere nuovamente obbligatoria l’indicazione dello stabilimento di produzione.

Va chiarito, infatti, che l’esclusione di questa informazione ha comportato un serio passo indietro per la consapevolezza dei consumatori:  non è in gioco la sicurezza (o la qualità) del cibo che portiamo in tavola, la questione è un’altra. Come è ormai noto, i marchi italiani nelle mani di gruppi stranieri sono parecchi e sono destinati ad aumentare per la crisi (e per il grande successo del “made in Italy” nel mondo). Come ho già spiegato, in un mondo globalizzato, il fenomeno non è di per sé negativo a condizione però che gli acquirenti stranieri siano in grado di conservare l’impegno industriale in Italia. E invece ci sono multinazionali che delocalizzano e licenziano in Italia, continuando a vendere i prodotti con marchi italiani: in alcuni casi questo è un inganno per i consumatori perché a quel punto il prodotto perde la sua identità tricolore. Sono stanco di sentirmi ripetere che conta l’abilità produttiva, la ricetta: tutte balle, con l’aggravante che nessuno ovviamente racconta la verità ai consumatori che devono essere liberi di scegliere con consapevolezza.

Per reagire anche l’Unione Nazionale Consumatori ha aderito alla petizione lanciata dal Fatto alimentare e da Great Italian Food Trade che continuano ad aggiornare una simpatica tabella per spiegare ai consumatori quali supermercati hanno ripristinato l’indicazione dello stabilimento in etichetta e quali invece preferiscono il business. Roberto La pira racconta i rischi per il consumatore: le politiche industriali e fiscali di altri Stati membri hanno già attratto Ferrero e Perfetti Van Melle tra Lussemburgo e Olanda, ma anche Nestlé, marchio Buitoni, che concentra in Germania gli investimenti sulla produzione di pizze surgelate con nomi che richiamano la Toscana.

Viva il mercato, ma almeno che sia trasparente. Voi che ne dite? Io preferisco comprare da aziende che hanno mantenuto il ciclo produttivo in Italia!

Autore Massimiliano Dona

 

* Articolo pubblicato nell’ambito del Programma generale di intervento della Regione Umbria denominato: informazione ed assistenza ai consumatori ed agli utenti 2013 – 3° intervento con l’utilizzo dei fondi del Ministero dello Sviluppo Economico

 

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